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	<title>Humanitas Nova &#187; Letteratura</title>
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	<description>Rivista online del CLE</description>
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		<title>HUMANITAS: LA MILLENARIA  EREDITA’  DI  TERENZIO</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Sep 2016 10:36:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Jerry Notaro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Contributi letterari]]></category>
		<category><![CDATA[Humanitas Nova]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>

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		<description><![CDATA[A parte alcune esegesi di varia scuola alquanto riduttive, la notissima battuta con la quale Cremete risponde a Menedemo agli inizi del primo atto del Heautontimorumenos di Terenzio: Homo sum: humani nihil a me alienum puto (v. 77), viene concordemente considerata il primo esplicito  manifesto di un ideale di humanitas  in ambiente romano, ideale che, ... <a class="read-more" href="https://www.humanitasnova.net/?p=68">Leggi ancora</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span id="more-68"></span></p>
<p>A parte alcune esegesi di varia scuola alquanto riduttive, la notissima battuta con la quale Cremete risponde a Menedemo agli inizi del primo atto del <em>Heautontimorumenos </em>di Terenzio: <em>Homo sum: humani nihil a me alienum puto </em>(v. 77), viene concordemente considerata il primo esplicito  manifesto di un ideale di <em>humanitas </em> in ambiente romano, ideale che, partendo da radici elleniche (la <em>philanthropìa</em>, in particolare quella insegnata da Epicuro), attraverso Roma transiterà nel mondo cristiano e poi nel corso dei secoli in tutte le altre civiltà europee ed extraeuropee, fino a diventare il caposaldo della <em>Carta dei diritti dell’uomo.</em></p>
<p>Cerchiamo, innanzitutto, di comprendere le ragioni, il senso e la portata storico-sociale di tale modulo drammatico, che d’altra parte sintetizza compiutamente il messaggio antropologico della commedia terenziana. Sarebbe oggi improponibile, infatti, una lettura del testo poetico che prescindesse da una prospettiva morale. In un’interessante introduzione alle opere di Terenzio, Orazio Bianco<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a> conclude la sua analisi circa la nuova sensibilità che caratterizza i personaggi di Terenzio con questo pensiero: “L’uomo vive al di là dello statuto sociale”. Il pensiero finale è tuttavia preceduto e giustificato da alcuni rilievi che conviene di seguito riportare: “…dietro i postulati e i comportamenti istituzionalizzati in rapporto alla famiglia, esiste la possibilità di far vivere il sentimento e il desiderio. I suoi drammi son sorretti anche dalla convinzione che solo eliminando quelle maschere, con uno scavo di realistica e limitata destrutturazione, si può ritornare all’identità autentica di ciascuno; e che anzi la maschera dei ruoli sanziona l’incomunicabilità, ingenera la prevenzione e rende impossibile il dialogo”.</p>
<p>Credo però che, come hanno inteso in passato e ancora di recente alcuni intendono, accanto al senso principale che in precedenza ho indicato, si debba reputare che l’<em>humanitas </em>terenziana contenga anche un senso secondario e in qualche modo complementare, anch’esso presente nelle fonti greche: la formazione di un animo sensibile attraverso l’esercizio della letteratura e della filosofia, insomma l’acculturazione, che i greci definivano con il termine <em>paideia</em>. L’umanità non  può rinnovarsi, dunque, se non attraverso una seria e rigorosa formazione. Ancora oggi è così, quantunque alla letteratura e alla filosofia vadano aggiunte molte altre conoscenze, indispensabili all’uomo per essere veramente uomo. In ogni caso, si tratta di un senso secondario, già da secoli presente nella civiltà antica. Quel che è, invece, assolutamente nuovo è la convinzione dichiarata dell’uguaglianza degli uomini nella loro natura e soprattutto nelle loro relazioni.</p>
<p>Ovviamente, data la struttura politica della Roma del II a.C., Terenzio non mette in discussione né l’organizzazione sociale, e neppure il <em>mos maiorum</em>. Sarebbe passato per un sovversivo, e comunque questo non era né nelle sue intenzioni, né nella sua impostazione ideologica. Egli ritiene di poter avvalorare il principio che, quantunque forti siano le differenze sociali ed economiche, anche nella realtà quotidiana, come sulla scena, è realizzabile una <em>communitas</em> senza odi e senza violenze. Né poteva, d’altra parte, permettersi di essere un sovversivo, essendo strettamente legato ad una certa parte dell’aristocrazia romana, quella che faceva capo agli Scipioni, e che si caratterizzava per una politica di tolleranza, di accoglienza e di apertura culturale soprattutto nei confronti dei Greci, pur nel rispetto dei valori fondanti della <em>res publica</em>. Al contrario della fazione che aveva come proprio leader Catone il Vecchio e rappresentava il capitalismo agrario e mercantile, una fazione quindi impegnata a salvaguardare il primato italico, i suoi antichi principi etici e civili, e a difenderli dal contagio, considerato pernicioso, dei <em>graeculi</em>.  Indubbiamente, il messaggio terenziano nasceva dal clima culturale e innovativo del Circolo degli Scipioni e in qualche modo dallo stesso veniva politicamente garantito, al punto che per questo motivo ed altri meno rilevanti (la giovane età dell’autore, l’alta qualità letteraria già della prima <em>fabula</em>, e la sue origini né romane né greche) nel corso dei secoli si è dibattuto a lungo su chi fosse il vero autore delle sue commedie. Ma, lasciando da parte la <em>vexata quaestio</em> sulla vera paternità delle commedie di Terenzio, mi preme ripercorrere con i lettori l’itinerario della ricezione del messaggio terenziano nei secoli successivi.</p>
<p>In moltissimi autori romani ricorre il termine <em>humanitas</em> accanto all’orgoglio patrio della sua ideazione (soprattutto in Plinio il Vecchio), ma non sempre il suo senso corrisponde a quello inteso da Terenzio e dai maestri greci cui egli si ispirò (Senofonte, Epicuro tramite Menandro<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>, e il coetaneo Panezio). In Cicerone, infatti, l’accezione di <em>humanitas</em> come solida cultura e raffinata eloquenza prevale notevolmente su quella di <em>philantropìa</em>, essendo questa, a suo avviso, difficilmente e misuratamente coniugabile con i principi di <em>gravitas</em>, <em>dignitas </em>e <em>auctoritas</em>, che erano propri della tradizione romana<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a>. L’atteggiamento ciceroniano è in gran parte condiviso da molti altri scrittori dell’età sua e di quelle successive, in genere esponenti di un’aristocrazia conservatrice e gelosa dei propri privilegi. Aulo Gellio è un testimone fondamentale della diversa ricezione che si dava del termine <em>humanitas</em>. Egli, infatti, avverte la necessità di darne una puntuale spiegazione, che riporto di seguito: “ I creatori della buona lingua e quelli che ne hanno fatto il giusto uso non intesero la parola <em>humanitas </em>nel senso che volgarmente si ritiene, cioè un equivalente del greco <em>philanthropìa </em>che significa una generica inclinazione e benevolenza verso il genere umano. <em>Humanitas </em>è per loro qualcosa come la <em>paideia</em> dei greci, che noi diciamo educazione e addestramento nelle arti liberali. Coloro che a queste arti sinceramente aspirano e le ricercano, costoro sono anche di gran lunga i più umani; infatti, la passione e l’applicazione di tale scienza è privilegio dell’uomo solo tra tutti gli esseri viventi: e perciò fu chiamata <em>humanitas</em>”<a href="#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a>. E a proposito dell’interpretazione alla quale dà maggior credito, Gellio cita come fonti indiscutibili Varrone e Cicerone. E’ evidente, tuttavia, il suo tentativo di accordare le due accezioni, sottolineando anche la validità di quella per così dire volgare, seppur in un rapporto di subalternità. Lezione volgare non proprio e non sempre, direi, se è vero che in una lettera del dottissimo Plinio il Giovane, <em>humanitas</em> compare come atteggiamento di comprensione e benevolenza nell’amministrazione della giustizia in regioni provinciali, e l’autore apprezza (<em>egregie facis</em>) il suo amico Tirone che così si comporta<a href="#_ftn5" name="_ftnref5">[5]</a>. Ma Aulo Gellio fu solo un buon erudito, poco attento e interessato, alla maturazione e all’approfondimento delle idee attraverso le quali si evolveva la società umana, indifferente o quasi agli ideali che l’elaborazione filosofica intanto sviluppava. Non a caso, proprio riguardo alla questione di cui stiamo trattando, egli, pur appellandosi a Varrone (altro erudito) e a Cicerone, ignora quanto a proposito del termine <em>humanitas</em> e della sua sostanza ideologica aveva intanto scritto Seneca<a href="#_ftn6" name="_ftnref6">[6]</a>, che per noi rappresenta uno snodo essenziale per il passaggio al cristianesimo e quindi al moderno valore semantico della parola, cioè l’amore verso il prossimo.</p>
<p>E su Seneca vale la pena soffermarsi quanto serve. Le sue riflessioni sul vero senso da dare al termine <em>humanitas</em> sono presenti qua e là nei <em>Dialoghi</em>, ma soprattutto nelle <em>Lettere a Lucilio</em>, alcune delle quali costituiscono senza dubbio la fase di maturazione più alta e moderna del pensiero pagano, come riconosce lo stesso Agostino in <em>De civitate Dei</em> 6.10, considerandole l’opera più bella e più utile del mondo antico, cui senza remora alcuna si dichiara debitore<a href="#_ftn7" name="_ftnref7">[7]</a>. Ebbene, a me sembra che tra le <em>Lettere a Lucilio</em> le più interessanti ai fini della nostra ricerca siano la 5.47, la 13.88 e la 15.95. Esaminiamole brevemente tutte, da momento che esse sono fra loro legate da motivi che possono essere ricondotti ad una visione organica e unitaria. Nella 5.47 si riscontra un esplicito riconoscimento dell’uguaglianza degli uomini e dei servi<a href="#_ftn8" name="_ftnref8">[8]</a>. Più solida e articolata è la riflessione che egli svolge nella 13.88, laddove discute della scarsa utilità delle arti liberali per il conseguimento della saggezza, quelle arti liberali che, incluse nel concetto unitario di <em>paideia</em>, per Cicerone e i suoi seguaci rappresentavano la connotazione propria, e comunque un requisito indispensabile, dell’<em>humanitas</em>. Secondo Seneca le arti liberali danno poco, se non proprio distolgono l’uomo dall’essere saggio<a href="#_ftn9" name="_ftnref9">[9]</a>; la saggezza si consegue praticando non le arti ma le virtù (coraggio, fedeltà, temperanza, ecc), fra le quali un ruolo centrale occupa l’<em>humanitas</em>. “La virtù che chiamiamo umanità  &#8211; afferma &#8211;  vieta la superbia nei rapporti sociali, vieta la sgradevolezza. Con tutti si mostra amabile e cordiale nelle parole, nelle azioni, nei sentimenti; non c’è male che stimi suo, e dei suoi beni ama soprattutto quello che può giovare al prossimo. Gli studi liberali non insegnano queste virtù, così come non insegnano la semplicità, la modestia e la moderazione, la frugalità e la parsimonia, la clemenza che si astiene da ogni spargimento di sangue, e sa che nessun uomo può abusare di un altro uomo”<a href="#_ftn10" name="_ftnref10">[10]</a>. Ma è in 15.95.51-53 che Seneca spiega in modo ancor più chiaro come un uomo debba comportarsi verso il suo prossimo, citando alla fine proprio il verso terenziano dal quale noi siamo partiti. “Ecco un altro problema: come dobbiamo comportarci con gli uomini? Che facciamo? Che cosa insegniamo? Diremo che dobbiamo astenerci dal sangue umano? Quanto poca cosa è non fare il male a colui al quale si dovrebbe fare il bene! E’ un merito ben meschino per un uomo non infierire su un altro uomo! Insegneremo a porgere la mano al naufrago, o a indicare la vita a chi l’ha smarrita, a dividere il proprio pane con chi ha fame? Perché dovrei dire ciò che va detto e ciò che va evitato, quando tutti i doveri umani si possono sintetizzare in questa breve formula? Tutto quello che vedi, e in cui si raccoglie ogni essere umano o divino, forma un tutto solo: noi siamo membra di un gran corpo. Siamo partecipi per natura della stessa famiglia, poiché, composti degli stessi elementi, tendiamo allo stesso fine. La natura ci ispirò il reciproco amore e ci fece socievoli. Essa regolò l’equità e la giustizia: secondo i suoi principi è più miserevole chi offende che chi è offeso. E’ un suo comandamento che le mani devono essere sempre pronte a beneficare. Ci sia sempre nell’animo e sulle labbra quel verso famoso: <em>homo sum, hunani nihil a me alienum puto</em>”<a href="#_ftn11" name="_ftnref11">[11]</a>. L’<em>humanitas</em>, quindi, come principio categorico fondamentale della morale umana!</p>
<p>Seneca fu un autore molto letto nei secoli successivi, soprattutto in ambienti cristiani o vicini al cristianesimo. Lo provano non solo le tante citazioni contenute nei testi rimastici, ma anche l’esistenza di un epistolario apocrifo con San Paolo, probabilmente opera di un anonimo scrittore pagano convertitosi alla nuova fede. Generalmente la sua redazione si attribuisce al III-IV d.C. Per quanto riguarda Terenzio è quindi probabile che gli scrittori cristiani ne avessero appreso il concetto di <em>humanitas </em>proprio dagli spunti offerti da Seneca, dal momento che in quei secoli le commedie terenziane non erano affatto rappresentate, per l’affermazione di spettacoli frivoli e talora osceni, duramente criticati dai cristiani<a href="#_ftn12" name="_ftnref12">[12]</a>. Al massimo si poteva assistere, ma in luoghi molto riservati e aristocratici, a delle <em>recitationes</em>. Insomma, Terenzio sopravviveva nella coscienza e nella conoscenza culturale soprattutto attraverso la memoria di letterati pagani, come Seneca e i due Plini, ovvero la lettura delle sue <em>fabulae</em> nei non molti e sicuramente costosissimi manoscritti che circolavano.</p>
<p>Tramite Seneca certamente avrà appreso il messaggio terenziano il dotto Lattanzio, che ne fa oggetto di alcune argomentazioni di carattere morale e sociale nei libri III, V e VI delle <em>inst.</em> In lui gli spunti offerti da Seneca, più che da Cicerone, ricevono un forte avvaloramento nella prospettiva del perfezionamento dell’uomo e della realizzazione delle sue autentiche capacità e aspirazioni. Più sentita e originale, e pur sempre mediata dalla filosofia neostoica, è la ricezione di Ambrogio nell’<em>off. </em>(3.7.45), anche perché il suo impegno nel sociale fu notevole come aspra fu la polemica contro la ricchezza<a href="#_ftn13" name="_ftnref13">[13]</a>. Ma fu soprattutto Agostino a dare maggior risalto alla massima terenziana.</p>
<p>Benché in altri punti della sua enorme produzione scritta Agostino faccia allusioni al valore educativo del teatro terenziano, è nell’<em>ep.</em> 155.14 che si sofferma in modo particolare, con una esegesi cui molti scrittori successivi hanno fatto riferimento, sul significato e la portata morale e culturale del verso in questione. Dopo aver spiegato con estrema chiarezza e convinzione al destinatario della lettera, il vicario d’Africa Macedonio, il concetto di prossimo e l’imprescindibilità del dovere di un cristiano di amarlo allo stesso modo di se stesso, riporta testualmente non solo la risposta di Cremete, ma anche la domanda di Menedemo. Terenzio non è citato con il suo nome, ma richiamato come <em>ille comicus</em>, nell’intenzione di sottolinearne la notorietà e il valore. Ma quel che assume altra notevole rilevanza documentale è ciò che riporta a commento dei versi citati: <em>…cui sententiae ferunt etiam theatra tota plena stultis indoctisque plausisse. Ita quippe affectum omnium naturaliter attigit humanorum societas animo rum. Ut nullus ibi hominum nisi cuiuslibet hominis proximum se esse sentiret.</em> Qui appaiono indispensabili due considerazioni filologiche: Agostino conosce bene il testo di Terenzio, e probabilmente ne possiede un manoscritto; la testimonianza sulla reazione del pubblico alla recitazione della battuta di Cremete è evidentemente di fonte orale o deriva da qualche biografia a noi sconosciuta. In ogni modo, si può concludere che Terenzio abbia goduto di buona fama negli ambienti cristiani, a differenza di altri drammaturghi antichi e soprattutto degli autori del cosiddetto teatro minore. Ma non c’è dubbio che tale fama sia dipesa anche dagli apprezzamenti di Seneca.</p>
<p>Sull’esempio e sull’autorità di Agostino il messaggio umanistico partito da Terenzio attraversò tutti i secoli successivi arricchendosi di nuovi interessanti apporti in tutti i campi del sapere. Restò un punto fermo della civilizzazione umana, pur spesso incrociandosi con eventi e dottrine che tentarono di capovolgerne il valore e la pratica<a href="#_ftn14" name="_ftnref14">[14]</a>. Una ripresa altrettanto autorevole e valorizzante, che qui non può non essere segnalata, fu quella di I. Kant, che afferma: ”Umanità significa da un lato il sentimento universale della simpatia, dall’altro la facoltà di poter comunicare intimamente e universalmente: due proprietà che insieme costituiscono la  disposizione alla comprensione degli altri o alla simpatia verso di essi” e di qui l’esortazione: “ <a href="http://aforismi.meglio.it/aforisma.htm?id=25b8">Agisci in modo da considerare l&#8217;umanità, sia nella tua persona, sia nella persona di ogni altro, sempre anche come scopo, e mai come semplice mezzo</a>”<a href="#_ftn15" name="_ftnref15">[15]</a>. Dalle lontane radici terenziane nacquero, dunque, e si svilupparono rami e frutti sempre più forti e benefici, che trovarono nella <em>Carta dei diritti</em> <em>dell’uomo</em> il loro approdo universale, un approdo che comunque va difeso da tutti giorno dopo giorno, per salvare l’uomo e la sua meravigliosa essenza.</p>
<p>Naturalmente dobbiamo considerare eredi di Terenzio tutti coloro, filosofi scienziati teologi e uomini comuni, che ieri come oggi hanno pagato e pagano con la vita, o con altre costrizioni mortificanti, per difendere la propria libertà religiosa politica scientifica ma anche esistenziale. Fra questi mi limito a ricordare i casi più noti e sconvolgenti: Ovidio, lo stesso Seneca e gli altri intellettuali uccisi dagli imperatori romani, i martiri cristiani, Giuliano di Eclano, Arnaldo da Brescia, frate Dolcino, Cecco d’Ascoli, Abelardo ed Eloise, Sigieri di Brabante, Jan Hus, Pico della Mirandola, Miguel Servet, Giordano Bruno, Lutero, i circa diecimila protestanti massacrati  in Francia la notte di San Bartolomeo del 1572, Galileo Galilei, le innumerevoli vittime di tutti i totalitarismi e delle guerre razziali del secolo scorso e di questi primi anni del terzo millennio.</p>
<p>Mi piace concludere questo mio lavoro con una riflessione di Maurizio Bettini sulla modernità di Terenzio. “L’efficacia delle trame scelte &#8211; egli dice -, ovvero la profondità delle parole affidate ai personaggi sulla scena, fanno sì che Terenzio risulti un autore estremamente moderno  e vicino ai nostri interessi contemporanei. Si tratta di uno degli aspetti dell’arte terenziana che più contribuiscono a fondare la sua <em>humanitas</em>. Un tema come la violenza subita dalla giovane Filumena dell’<em>Hecyra</em>, per esempio, riesce di immediato interesse anche per i lettori di duemila anni dopo. Ancora una volta, è il modo in cui questo evento è posto in relazione con altri a rivelarsi decisivo – sono le parole “pronunziate” dalla trama, il messaggio che da essa ricaviamo. La violenza entra infatti in rapporto con le relazioni (di volta in volta diverse) di <em>altre</em> persone che stanno intorno alla donna: il marito, che si ritrae, il padre e il suocero, che vorrebbero tenere il bambino, la suocera. Nell’<em>Hecyra </em>la violenza sulla donna provoca conseguenze di intreccio, e dunque riflessioni culturali, che immediatamente si prestano ad essere riprese oggi per comprendere buona parte delle reazioni e dei comportamenti che eventi traumatici di questo tipo suscitano nella società contemporanea. Terenzio sceglie nodi “duri” della vita sociale e li presenta in una iniziale situazione di incomunicabilità: il seguito della vicenda consisterà nel creare la <em>comunicazione</em> fra i personaggi, nel farli riflettere, spiegare. In questo senso, il suo è un teatro della comunicazione, inteso come il valore più alto della cultura: e l’<em>homo sum</em> dell’<em>Heautontorumenos</em> è veramente la sua frase più rappresentativa”<a href="#_ftn16" name="_ftnref16">[16]</a>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> P. Terenzio Varrone, <em>Commedie</em>, UTET, Torino 1993.</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Vale la pena qui ricordare che sia la vita che il pensiero di Epicuro furono improntati ad un ideale di missione al servizio di tutti quanti fossero disposti a far tesoro dei loro benefici. Nel suo “Giardino” ateniese venivano accolti anche le donne e gli schiavi, e fra tutti vigeva un rapporto di tolleranza e solidarietà. Tra le altre sue testimonianze al riguardo mi piace riportare il frammento della lettera a Timocrate (edita e tradotta da C.Diano in <em>Epicuri Ethica</em>, Firenze 1926-rist. 1974, XII, p. 27): “Vedendo come ho sistemato le cose per bene, soccorri anche loro, non soltanto per la tua intimità con loro, ma anche per la loro buona indole, in modo che possano avere sempre tutto l’aiuto necessario perché non manchi loro nulla, e ciò che conviene a chi è esperto nel nostro stesso destino e benevolmente accetta nella città che abita di essere un emarginato.”</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> Il verso terenziano viene richiamato da Cicerone due volte in tutta la sua vasta opera. La prima nel <em>de leg.</em> 1.33, la seconda in <em>de off. </em>1.30. Entrambe le volte, però, la forza ideale e morale dell’espressione terenziana risultano quasi spente in un’argomentazione svolta sul piano giuridico, che dà l’impressione al lettore che l’autore ne voglia limitare,  nella ricerca di una sua giustificazione, la grande portata innovativa.</p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> 13.17.1. Trad. di G. Bernardi-Perini. UTET, Torino 1992.</p>
<p><a href="#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a> <em>ep.</em> 9.5.</p>
<p><a href="#_ftnref6" name="_ftn6">[6]</a> Infatti, in una sua nota su Seneca (12.2), lascia trasparire un giudizio poco positivo sul grande intellettuale, sottolineando con enorme leggerezza critica la dissociazione fra il suo pensiero e la sua vita: “Ma costui, che lo studio della filosofia accostò alla vera libertà, senatore com’era dell’illustre popolo romano, inseguiva ciò che rimproverava, faceva ciò che biasimava, ciò che incolpava, adorava” (trad. La Rusca, BUR, Milano 1968.</p>
<p><a href="#_ftnref7" name="_ftn7">[7]</a> Va precisato, tuttavia, che l’apprezzamento di Agostino non è totale, condizionato com’è dalla sua filosofia neoplatonica e dalle ragioni di un’egemonia culturale che la chiesa trionfante, di cui egli era il teorico indiscusso, era particolarmente preoccupata di far rispettare. Un altro suo giudizio su Seneca è davvero stroncante, anzi spietato: “costui che i filosofi fecero quasi libero, tuttavia, poiché era illustre senatore del popolo romano, venerava ciò che riprendeva, faceva quello che accusava, quello che incolpava, lo adorava” (<em>civ</em>., 6.10).</p>
<p><a href="#_ftnref8" name="_ftn8">[8]</a> Riporto le prime significative affermazioni (1-2): “Con molto piacere ho appreso da persone provenienti da costì che tu hai un comportamento molto cordiale con i tuoi schiavi: questo si addice alla tua saggezza e alla tua educazione. ‘Ma &#8211; si ripete da più parti – sono schiavi’. Sono uomini, anzitutto: vivono con te, sono tuoi umili amici, o meglio sono i tuoi compagni di schiavitù, se pensi che la fortuna ha lo stesso potere su di essi e su di noi. Perciò rido di coloro che stimano disonorevole cenare con il proprio schiavo” trad. G. Monti, BUR, Milano 2008.</p>
<p><a href="#_ftnref9" name="_ftn9">[9]</a> Emblematica la considerazione a proposito della geometria (11): “A che mi serve saper fare la divisione di un campicello, se poi mi rifiuto di dividerlo con un fratello?”.</p>
<p><a href="#_ftnref10" name="_ftn10">[10]</a> Trad. G. Monti, op. cit., 13.88.30.</p>
<p><a href="#_ftnref11" name="_ftn11">[11]</a> Trad. G. Monti, op. cit.</p>
<p><a href="#_ftnref12" name="_ftn12">[12]</a> Seneca visse e scrisse sicuramente prima che fossero codificati i testi del Vecchio Testamento e definiti per iscritto quelli del Nuovo Testamento, fra i quali anche quelli di San Paolo. I richiami alla fratellanza e alla solidarietà, oltre che alla giustizia, erano certo principi sui quali si formarono intorno ai discepoli di Cristo i primi gruppi  ecclesiali, ma andrebbe  indagato, più rigorosamente e senza inutile orgoglio di primato, in che misura l’opera e il pensiero di Seneca abbiano influito, direttamente o indirettamente,  sulla redazione a noi pervenuta sia dei vangeli canonici sia di quelli apocrifi, procedendo anche per attente analisi intertestuali. Ad esempio, il brano di Matteo relativo al cosiddetto ‘discorso della montagna’(7.12), presente anche in Luca (6.31) : “Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro”, non è forse anche nella sua fisionomia sintattica di tipo gnomico molto vicino ad alcune massime senecane? Ma il problema storico-filologico è ancora oggetto di molte ricerche e registra disparate opinioni. A me sembra che in questa disamina sull’<em>humanitas</em> non si possa non far riferimento al ruolo di mediazione e approfondimento svolto da Seneca tra Terenzio e il cristianesimo, come pure si può evincere dalla ricezione agostiniana, di cui subito dopo.</p>
<p><a href="#_ftnref13" name="_ftn13">[13]</a> Cfr. S. Mazzarino, <em>Storia sociale del vescovo Ambrogio</em>, “L’erma” di Bretshneider, Roma 1989.</p>
<p><a href="#_ftnref14" name="_ftn14">[14]</a> Certo Francesco di Assisi non conosceva Terenzio né Seneca, ma la sua scelta di vita e la donazione di sé agli altri scaturivano da un retroterra culturale e spirituale diffusosi fra i cristiani militanti soprattutto allorché la Chiesa di Roma assunse un’identità fortemente politica. Per quest’ultimo motivo non solo ma anche per ragioni legate ad una nuova filosofia antiaristotelica dell’uomo e della natura, una filosofia che potremmo definire dell’azione, G. B. Vico più volte si soffermò sul tema dell’amore per il prossimo con appassionate argomentazioni, come si può dedurre ampiamente dai numerosi studi sul Nolano compiuti e pubblicati da A. Montano (cito fra gli altri: <em>La fiamma e la farfalla</em>, Ed. Marte, Salerno 2003; <em>Giordano Bruno e Pitagora</em>, Ed. Genius Loci, Nola 2003), al quale va la mia più sincera riconoscenza per avermi fatto conoscere e capire meglio questa straordinaria figura di pensatore, sul quale già il De Sanctis aveva espresso giudizi estremamente positivi, come quello che segue: <em>“</em><em>Se in questa Italia arcadica vogliamo trovare uomini, che abbiano una coscienza, e perciò una vita, cioè a dire che abbiano fede, convinzioni, amore degli uomini e del bene, zelo della verità e del sapere, dobbiamo mirare là, in questi uomini nuovi di Bacone, in questi primi santi del mondo moderno, che portavano nel loro seno una nuova Italia e una nuova letteratura. Inchiniamoci prima innanzi a </em><a href="http://it.wikisource.org/wiki/Autore:Giordano_Bruno"><em>Giordano Bruno</em></a><em>…</em>(penultimo capitolo della sua <em>Storia della letteratura italiana</em>, intitolato <em>La nuova scienza</em>).</p>
<p><a href="#_ftnref15" name="_ftn15">[15]</a> <em>Critica della ragion pratica</em> (<em>passim</em>).</p>
<p><a href="#_ftnref16" name="_ftn16">[16]</a> M. Bettini, <em>La letteratura latina</em>, La Nuova Italia, Firenze 2002, I, p.309.</p>
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		<title>Mainikka Mainardi: Le bambole di Euripide</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Feb 2015 14:52:29 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Le bambole pericolose di Euripide di Monica Mainikka Mainardi  Abstract Being forcedly isolated in a harmless, induced stupidity, in order to keep her dangerousness under control, the woman is a victim of cultural misoginy, which reduces her to a &#8216;doll&#8217;. The man can play with her, continuously belittle her, and throw her away as he ... <a class="read-more" href="https://www.humanitasnova.net/?p=51">Leggi ancora</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Le bambole pericolose di Euripide<br />
</strong>di Monica Mainikka Mainardi <strong><br />
</strong></p>
<p><strong>Abstract</strong><br />
<em>Being forcedly isolated in a harmless, induced stupidity, in order to keep her dangerousness under control, the woman is a victim of cultural misoginy, which reduces her to a &#8216;doll&#8217;. The man can play with her, continuously belittle her, and throw her away as he likes. However, Euripides must have experienced that the woman is unlikely to accept humiliation without striking a blow; therefore, his heroines are able to find a logic in their most dangerous irrationality; and it is under the guidance of this logic that they tragically act.</em></p>
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<div class="textLayer">
<div data-canvas-width="589.7472">E&#8217; sempre curioso rileggere la superba drammaticità con cui Euripide inscena le vicende delle sue eroine; Elena, Alcesti, Fedra, Medea&#8230;: grandi donne, protagoniste attive di destini tragici, vive e vere nell‟affrontare fino al culmine il doloroso sviluppo delle trame tessute per loro dal fato, capaci di passioni violente e intimi sentimenti, sempre consapevoli della loro densa e cruda umanità. A lungo si è discusso e ancora si discute circa la reale posizione di Euripide nei confronti della questione femminile: c‟è chi ritiene Euripide fondamentalmente misogino, in linea del resto con la cultura greca antica, chi vuole assegnargli invece una sensibilità forse troppo moderna&#8230; certo è che Euripide fu attratto dalla „psicologia‟ delle donne, fino a riuscire come nessun altro antico a descriverne la vera essenza. Riporterò qui alcuni fra i versi euripidei più famosi che inequivocabilmente sollevano la questione relativa alla condizione della donna: sono tratti uno dalla Medea e l‟altro dall‟Ippolito, e li ho scelti volutamente in netto contrasto tra di loro, perché contrastante sembra sempre Euripide: “tragicissimo e filosofo della scena, razionalista e passionale, ateo e mistico, immorale e predicatore: ecco alcuni degli aspetti contrastanti che antichi e moderni hanno visto in Euripide, e che per essere solo parzialmente veritieri, confermano innanzitutto la impossibilità di chiuderlo in uno schema, in una</div>
<div data-canvas-width="379.0656000000005">formula. Perché Euripide è, appunto, l‟uomo dei contrasti.” (Raffaele Cantarella)</div>
<div data-canvas-width="379.0656000000005"></div>
<div data-canvas-width="379.0656000000005">Nella Medea di Euripide la personalità dell‟eroina, umiliata e follemente vendicativa, domina totalmente la scena dall‟inizio alla fine; più che la disperata vicenda della sventurata, i cui episodi si sviluppano ben connessi in una struttura unitaria, è l‟assoluta centralità del personaggio che determina l‟eccezionale tensione drammatica della tragedia. Interessante è il primo episodio, tutto dominato dalla lucida iniziativa di Medea, sposa abbandonata e lontana dalla patria, a tramare propositi di vendetta: esce di casa e si sfoga con le donne del Coro, a cui chiede la promessa del silenzio. La propria sorte la spinge a considerazioni di carattere generale sulla condizione della donna rispetto ai diritti dell‟uomo.</div>
<div data-canvas-width="379.0656000000005"></div>
<div data-canvas-width="379.0656000000005"><em>Questa sciagura che si è abbattuta inaspettata su di me mi ha devastato</em></div>
</div>
</div>
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<div class="textLayer">
<div data-canvas-width="638.5728000000001"><em>l’anima. Sono finita e non provo più gioia a vivere, desidero morire, amiche</em></div>
<div data-canvas-width="457.4784000000005"><em>mie. Il mio sposo, nel quale riponevo tutto, lo so bene,</em></div>
<div data-canvas-width="642.7392000000002"><em>mi si è rivelato il peggiore degli uomini. Fra tutte le creature fornite di anima</em></div>
<div data-canvas-width="252.21119999999993"><em>e intelligenza, noi donne siamo le più</em></div>
<div data-canvas-width="650.4"><em>infelici. Innanzi tutto dobbiamo comprarci con una cara dote uno sposo, anzi</em></div>
<div data-canvas-width="326.70720000000006"><em>prendere un padrone del nostro corpo,</em></div>
<div data-canvas-width="562.0416000000001"><em>che è un male peggiore del primo. Ma in ciò c’è un grosso rischio:</em></div>
<div data-canvas-width="346.8096000000002"><em>riceveremo un bravo o un cattivo marito?</em></div>
<div data-canvas-width="199.89119999999994"><em>D’altro canto la separazione è infamante per le donne e non è possibile</em></div>
<div data-canvas-width="351.2256000000004"><em>ripudiare un marito. E poi, una donna che</em></div>
<div data-canvas-width="583.2959999999999"><em>entra in un ambiente di norme e usi diversi, deve essere un’indovina -</em></div>
<div data-canvas-width="222.4895999999999"><em>perché non lo ha imparato</em></div>
<div data-canvas-width="92.62079999999999"><em>a casa sua &#8211; per sapere come dovrà passare le sue notti. E se in tutto questo</em></div>
<div data-canvas-width="165.9839999999999"><em>riusciamo bene e lo sposo sopporta di buon grado la convivenza, allora sì che l’esistenza è</em></div>
<div data-canvas-width="311.80800000000005"><em>invidiabile. In caso contrario morire è</em></div>
<div data-canvas-width="629.9904"><em>meglio. Un uomo, quando ha fastidio di starsene in famiglia, esce, libera il</em></div>
<div data-canvas-width="320.4096000000001"><em>cuore dalla noia, si ritrova con amici e</em></div>
<div data-canvas-width="654.6239999999999"><em>coetanei; noi donne, invece, dobbiamo avere sotto gli occhi sempre una sola</em></div>
<div data-canvas-width="175.58399999999992"><em>persona. Dicono che conduciamo una vita senza pericoli, in casa, mentre loro vanno in guerra.</em></div>
<div data-canvas-width="232.2047999999999"><em>Che ragionamento sciocco!</em></div>
<div data-canvas-width="481.2480000000003"><em>Preferirei tre volte stare schierata dietro uno scudo che partorire una volta sola.</em></div>
<div data-canvas-width="647.3472"><em>Ma questo discorso non è uguale per me e per te. Tu hai questa tua città, la</em></div>
<div data-canvas-width="362.7456000000003"><em>tua casa paterna, vita agiata, in mezzo agli</em></div>
<div data-canvas-width="575.8272000000003"><em>amici. Io invece sono sola, priva di patria, oltraggiata dal mio uomo,</em></div>
<div data-canvas-width="314.9952000000002"><em>strappata come preda da una terra di</em></div>
<div><em>barbari. Non mi possono salvare madre o fratello o parenti. Una sola cosa</em></div>
<div data-canvas-width="623.8656000000002"><em>vorrò da te: se trovo un mezzo, un modo per ripagare del male che mi ha</em></div>
<div data-canvas-width="184.07039999999992"><em>fatto mio marito e sua</em></div>
<div data-canvas-width="616.3200000000004"><em>moglie e suo suocero, tu taci! La donna è piena di paure, trema di fronte</em></div>
<div data-canvas-width="109.59359999999998"><em>all’azione violenta e alla vista di un’arma.</em></div>
<div data-canvas-width="479.02080000000046"><em>Ma quando è calpestata nei suoi affetti, non esiste cuore</em></div>
<div data-canvas-width="202.23359999999994"><em>più sanguinario del suo.</em></div>
</div>
</div>
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<div class="textLayer">
<div>(Medea, vv. 225-265 – traduzione di M.Mainikka)</div>
<div></div>
<div data-canvas-width="647.0783999999999">Privata della libertà e dei sentimenti, senza rapporti sociali né culturali, dalle parole di Medea la donna greca appare relegata in un‟infelicissima condizione frustrante e disumanizzante, scoprendosi ridotta ad un oggetto, di cui l‟uomo può disporre quale assoluto padrone. Lo sfogo di Medea mette infatti in luce alcuni aspetti della relazione uomo-donna fortemente significativi:</div>
<div></div>
<ul>
<li data-canvas-width="372.63360000000034">L‟unione matrimoniale è mediata dal denaro</li>
<li data-canvas-width="372.63360000000034">Il rapporto moglie–marito è vissuto a livello di un rapporto schiavo–padrone</li>
<li data-canvas-width="372.63360000000034">La possibilità di intessere relazioni sociali ed affettive esterne alla famiglia è di fatto attuabile solo per il marito</li>
<li data-canvas-width="372.63360000000034">La richiesta di divorzio, benché teoricamente ammessa unilateralmente, si rivela realisticamente possibile e vantaggiosa solo per l‟uomo, in quanto per la donna essa soggiace alla riprovazione morale, all‟isolamento e alla morte sociale.</li>
<li data-canvas-width="372.63360000000034">La vita coniugale per la donna è tutt‟altro che fonte di protezione, il parto è foriero di pericoli tanto quanto l‟esercizio militare e il cuore della donna, se minacciato nell‟intimo, abbandona la pavidità per diventare sanguinario non meno di quello dell‟uomo.</li>
</ul>
<div data-canvas-width="614.4192000000002">Luigi Barbero fa notare, nonostante la lontananza del contesto sociale e storico, un curiosa consonanza di idee tra Euripide e il drammaturgo norvegese ottocentesco Henrik Ibsen, il quale</div>
<div data-canvas-width="76.74239999999998">scrisse: “<em>ci sono due tipi di leggi morali, due tipi di coscienze, una in un uomo e un’altra completamente differente in una donna. L’una non può comprendere l’altra; ma nelle questioni pratiche della vita, la donna è giudicata dalle leggi degli uomini&#8230;</em>”. Si tratta di un passaggio degli appunti che Ibsen stese per il suo dramma “Casa di bambola”, rappresentato nel 1879 a Copenaghen: una pungente critica sulla condizione della donna all‟interno della famiglia e della società borghese dell‟epoca vittoriana. La protagonista, Nora, moglie-bambola, priva di autonomia e maturità, quando prende coscienza della sua condizione reagisce e se ne va di casa per imparare a crescere come persona e diventare donna.</div>
<div data-canvas-width="76.74239999999998"></div>
<div data-canvas-width="651.4175999999998">Certo, leggere la Medea come dramma borghese (una storia di tradimento e di vendetta efferata, che arriva a comprendere l‟uccisione dei figli oltre che della rivale, per gettare nella più nera disperazione il marito fedifrago) è un facile rischio, se non fosse che questa tragedia ha il merito di “<em>estrarre dalle </em><em>fitte trame del mito una vicenda compatta e coerente, in c</em><em>ui il carattere della </em><em>persona balza in primo piano rispetto alla sequela delle funzioni e delle </em><em>avventure; con questo però, cosa fondamentale per l’intelligenza del </em><em>dramma, il complesso armamentario mitologico (in cui affonda le sue radici) </em><em>non è affatto d</em><em>imenticato: esso è piuttosto sospinto su uno sfondo da cui </em><em>discendono suggestioni e significati assolutamente caratterizzanti che non si </em><em>possono e non si lasciano ignorare</em>.” (Mario Vitali)</div>
</div>
</div>
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<div class="textLayer">
<div data-canvas-width="572.7168000000001"></div>
<div data-canvas-width="572.7168000000001">Se nella Medea Euripide dà piena voce alle rimostranze della „parte lesa‟, nell‟Ippolito trova l‟occasione contraria di infierire spietatamente contro l‟intero genere femminile. Fedra, per crudele vendetta divina, sente insorgere un‟insana passione per il figliastro. Essa rifiuta e invano combatte</div>
<div data-canvas-width="204.61439999999993">l‟incestuoso sentimento e soffre nell‟impari lotta contro la volontà di Afrodite, di cui ella è strumento indifeso. La rivelazione di tale tormento, da parte della nutrice, ad Ippolito stesso suscita nel giovane una sdegnata e fiera requisitoria contro le donne:</div>
<div data-canvas-width="204.61439999999993"></div>
<div data-canvas-width="148.83839999999992"><em>Zeus, ma perché</em></div>
<div data-canvas-width="418.57920000000047"><em>agli uomini hai portato alla luce del sole le donne,</em></div>
<div data-canvas-width="161.66399999999993"><em>subdolo malanno?</em></div>
<div data-canvas-width="362.88000000000034"><em>Se volevi disseminare la stirpe dei mortali,</em></div>
<div data-canvas-width="604.8192"><em>non era necessario procurarlo per mezzo delle donne, ma che piuttosto</em></div>
<div data-canvas-width="386.40000000000026"><em>gli uomini, pagando con bronzo o ferro o oro,</em></div>
<div data-canvas-width="187.3344"><em>nei tuoi templi compra</em></div>
<div data-canvas-width="281.9712000000001"><em>ssero il seme della discendenza,</em></div>
<div data-canvas-width="635.2896"><em>ciascuno in base alla stima, e vivessero così in case libere senza femmine.</em></div>
<div data-canvas-width="210.8351999999999"><em>Ora, invece, per portarci</em></div>
<div data-canvas-width="463.9872000000004"><em>questo male in casa, ci beviamo il patrimonio familiare.</em></div>
<div data-canvas-width="271.23840000000007"><em>Ma è chiaro da ciò che la donna</em></div>
<div data-canvas-width="258.66240000000005"><em>è un gran malanno: perché il p</em><em>adre</em></div>
<div data-canvas-width="442.94400000000047"><em>che l’ha generata e allevata, aggiungendovi la dote,</em></div>
<div data-canvas-width="387.3984000000003"><em>poi la sistema via, per liberarsi da un fastidio.</em></div>
<div data-canvas-width="387.5136000000003"><em>E colui che si prende questo essere dannoso,</em></div>
<div data-canvas-width="300.13440000000014"><em>gode di adornare un idolo maligno,</em></div>
<div data-canvas-width="289.44000000000017"><em>e lo riveste di pepli, lo sventurato,</em></div>
<div data-canvas-width="231.97439999999997"><em>consumando le ricchezze d</em><em>omestiche.</em></div>
<div data-canvas-width="484.2624000000005"><em>E’ inevitabile che se si imparenta con gente d’alto rango,</em></div>
<div data-canvas-width="334.08000000000027"><em>mantiene godendoselo un letto odioso;</em></div>
<div data-canvas-width="309.9072000000001"><em>oppure se prende una brava donna,</em></div>
<div data-canvas-width="498.16320000000036"><em>acquisisce dei parenti inutili e la sventura insieme al bene.</em></div>
<div data-canvas-width="276.69120000000004"><em>La cosa più conveniente per uno </em><em>è mettersi in ca</em><em>sa una moglie da niente,</em></div>
<div data-canvas-width="243.74399999999997"><em>innocua per la sua stupidità.</em></div>
<div data-canvas-width="226.92479999999992"><em>Odio la donna intelligente:</em></div>
<div data-canvas-width="410.9760000000004"><em>che in casa mia non entri mai una con più senno</em></div>
<div data-canvas-width="366.04800000000023"><em>di quanto sia necessario per una femmina.</em></div>
<div data-canvas-width="456.55680000000024"><em>Infatti Cipride infonde più scelleratezza nelle sapienti:</em></div>
<div data-canvas-width="180.95999999999992"><em>la donna semplice no</em><em>n rischia la follia</em><em> </em></div>
</div>
</div>
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<div class="textLayer">
<div data-canvas-width="238.5216"><em>grazie al suo corto intelletto.</em></div>
<div data-canvas-width="404.4480000000002"><em>La donna poi non dovrebbe stare con la servitù,</em></div>
<div data-canvas-width="210.87359999999993"><em>ma avere a che fare solo</em></div>
<div data-canvas-width="192.576"><em>con bestie feroci mute,</em></div>
<div data-canvas-width="292.70400000000006"><em>per non poter parlare con nessuno</em></div>
<div data-canvas-width="245.74079999999998"><em>né sentire a sua volta parole.</em></div>
<div data-canvas-width="369.38880000000034"><em>Ora invece, le malvagie tramano malignità n</em><em>elle stanze</em></div>
<div data-canvas-width="261.7728"><em>e le serve le portano al di fuori.</em></div>
<div data-canvas-width="217.13279999999986"><em>Così anche tu, o maligna,</em></div>
<div data-canvas-width="517.3440000000004"><em>sei venuta qui per un’unione nel letto inviolabile di mio padre.</em></div>
<div data-canvas-width="370.52160000000026"><em>E io mi dovrò purificare con acqua corrente,</em></div>
<div data-canvas-width="499.1616000000001"><em>detergendomi gli orecchi. Come potrei essere disonesto io,</em></div>
<div data-canvas-width="129.81119999999996"><em>che non mi sen</em><em>to puro solo sentendo tali cose?</em></div>
<div data-canvas-width="408.8064000000003"><em>Sappi bene, donna, la mia religiosità ti preserva:</em></div>
<div data-canvas-width="527.8848000000002"><em>se non fossi stato sorpreso, incauto, con i giuramenti sugli dèi,</em></div>
<div data-canvas-width="417.2352000000003"><em>non avrei avuto scrupolo ad informare mio padre.</em></div>
<div data-canvas-width="411.97440000000046"><em>Ora me ne esco di casa, finché Teseo è lontano,</em></div>
<div data-canvas-width="64.99199999999999"><em>e terrò l</em><em>a bocca chiusa. Ma vedrò tornando qui con mio padre</em></div>
<div data-canvas-width="340.5888000000002"><em>come lo guarderete, tu e la tua padrona:</em></div>
<div data-canvas-width="480.17280000000045"><em>conoscerò il tuo ardire, avendone già avuto un assaggio.</em></div>
<div data-canvas-width="164.83199999999994"><em>Andate alla malora!</em></div>
<div data-canvas-width="326.53440000000023"><em>Non sarò mai sazio di odiare le donne,</em></div>
<div data-canvas-width="394.6560000000003"><em>neppure se mi si dicesse che lo ripeto sempre:</em></div>
<div data-canvas-width="284.14080000000007"><em>sempre infatti loro sono perverse.</em></div>
<div data-canvas-width="495.9936000000004"><em>E allora, o qualcuno insegni alle donne ad essere virtuose,</em></div>
<div data-canvas-width="437.3760000000002"><em>o mi si permetta di imprecare sempre contro di loro.</em></div>
<div data-canvas-width="68.0448">(Ippolito vv.616-668 – traduzione di M.Mainikka)</div>
<div data-canvas-width="68.0448"></div>
<div data-canvas-width="552.8256000000002">Tanto umana e sanguigna è la crudeltà di Medea, quanto disumana e viziata di ipocrita religiosità appare la virtù di Ippolito. Interessante notare come un certo lessico e determinate espressioni già riscontrati nel monologo di Medea siano presenti anche qui, ovviamente per ribadire concetti ribaltati e rivisti in chiave misogina:</div>
<div></div>
<ul>
<li data-canvas-width="542.9760000000005">Il lessico della compravendita, usato da Medea per condannare l‟unione dei sessi ridotta ad un commercio, serve ad Ippolito per ipotizzare l‟utopia misogina di “acquistare” la discendenza da parte del maschio senza bisogno della donna.</li>
<li data-canvas-width="542.9760000000005">La libertà, diritto di cui secondo Medea la donna non può godere a differenza dell‟uomo, che ne è il padrone, è da Ippolito identificata con una vita senza donne.</li>
<li data-canvas-width="542.9760000000005">La donna è spersonalizzata, concezione di donna-oggetto in perfetta sintonia in entrambe le requisitorie: non è nulla più di un κακόν (termine che Medea ovviamente utilizza specularmente per indicare la cattiveria dell‟uomo e l‟infelice condizione della donna), un male, una sventura, o al massimo un θυηόν, un essere vivente sì, ma appartenente al mondo vegetale, per altro dannoso o inutile.</li>
<li data-canvas-width="542.9760000000005">A tal proposito a lei che, schiava del marito – δεζπόηης, tuttavia dovrebbe almeno essere δέζποινα nei confronti delle ancelle, non si vorrebbe concedere neppure di relazionarsi con la servitù.</li>
</ul>
</div>
</div>
<div data-canvas-width="188.50559999999993">Forzatamente isolata in un‟innocua stupidità indotta, onde arginare la sua „pericolosità‟, la donna vittima della misoginia culturale è ridotta a tutti gli effetti ad una „bambola‟, con cui l‟uomo ha diritto di giocare, su cui può infierire e che può gettare a suo piacimento. Ma Euripide deve aver sperimentato che difficilmente una donna accetta l‟umiliazione senza colpo ferire, ed è allora che la „bambola‟ riesce a trovare una logica a tutta la sua più pericolosa irrazionalità; e guidata da questa logica ella agisce (Τολμηηέον ηάδε&#8230;, Medea, v.1050): lucida è la convinzione irrazionale di Alcesti che scendere nell‟Ade al posto della persona amata sia un dovere; pienamente consapevole è l‟irrazionalità di Fedra che si impicca accusando Ippolito del falso stupro incestuoso; piena di inconfutabile logica è la raccapricciante volontà di Medea di colpire Giasone con l‟uccisione dei suoi stessi figli, da lui generati.</div>
<br /><a href="." onClick="WpCsCleanSave('post-51');return false" title="Save page" class="cleanprint-exclude"><img src="https://www.humanitasnova.net/wp-content/plugins/cleansave/images/CleanSaveBtn_white.png" alt="Save page" style="padding:0px 1px;"/></a><a href="." onClick="WpCsCleanPrintGeneratePdf('post-51');return false" title="PDF page" class="cleanprint-exclude"><img src="https://www.humanitasnova.net/wp-content/plugins/cleansave/images/PdfBtn_white.png" alt="PDF page" style="padding:0px 1px;"/></a><a href="." onClick="WpCsCleanPrintSendEmail('post-51');return false" title="Email page" class="cleanprint-exclude"><img src="https://www.humanitasnova.net/wp-content/plugins/cleansave/images/EmailBtn_white.png" alt="Email page" style="padding:0px 1px;"/></a><a href="." onClick="WpCsCleanPrintPrintHtml('post-51');return false" title="Print page" class="cleanprint-exclude"><img src="https://www.humanitasnova.net/wp-content/plugins/cleansave/images/CleanPrintBtn_white.png" alt="Print page" style="padding:0px 1px;"/></a>]]></content:encoded>
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		<title>Nimpo: Penelope allo Specchio</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Jan 2015 19:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[admin_hn]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Apollodoro]]></category>
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		<description><![CDATA[Penelope allo specchio: fili di una tela rivelatrice di Flavio Nimpo Penelope ha sentito e vissuto il dolore di un parto e aspetta come colonna cristallina, mentre all’altare dell’amore Cassandra non ha più voce&#8230; (Francesca Aurelio) Gli studi mi hanno consentito di accostarmi al personaggio di Penelope, avendo la possibilità di esplorare un universo interiore, che ha svelato lati nascosti di una ... <a class="read-more" href="https://www.humanitasnova.net/?p=13">Leggi ancora</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Penelope allo specchio: fili di una tela rivelatrice</strong><br />
di Flavio Nimpo</p>
<p><em>Penelope ha sentito e vissuto</em><br />
<em>il dolore di un parto</em><br />
<em>e aspetta come colonna cristallina,</em><br />
<em>mentre all’altare dell’amore</em><br />
<em>Cassandra non ha più voce&#8230;</em><br />
<em>(Francesca Aurelio)</em></p>
<p>Gli studi mi hanno consentito di accostarmi al personaggio di Penelope, avendo la possibilità di esplorare un universo interiore, che ha svelato lati nascosti di una figura tradizionalmente concepita come colei che attende per antonomasia, la sposa fedele, depositaria di valori pronti ad assimilarla all’immagine del focolare domestico. In effetti si è delineato un volto “a tutto tondo”, che ha rivelato tratti e sfaccettature capaci di rendere il profilo della regina di Itaca più complesso ed intrigante tanto da restituircela non in qualità di tessitrice instancabile, ma anche come donna multiforme al pari del suo amato consorte.</p>
<p>Lo spunto, che ha ispirato il presente lavoro, si deve alla lettura dell’interessante e pregevole saggio critico di Laura Faranda dal titolo <em>Dimore del corpo</em> <sup id="footnote_plugin_tooltip_3176_1" class="footnote_plugin_tooltip_text" onclick="footnote_moveToAnchor('footnote_plugin_reference_3176_1');">[1]</sup><span class="footnote_tooltip" id="footnote_plugin_tooltip_text_3176_1">L. Faranda, Dimore del corpo, Meltemi Editore, Roma, 1997</span><script type="text/javascript">	jQuery("#footnote_plugin_tooltip_3176_1").tooltip({		tip: "#footnote_plugin_tooltip_text_3176_1",		tipClass: "footnote_tooltip",		effect: "fade",		fadeOutSpeed: 100,		predelay: 400,		position: "top right",		relative: true,		offset: [10, 10]	});</script>, in cui l’autrice dedica un capitolo allo specchio e alla tela, oggetti legati alla sfera femminile ed accomunati da un’essenza che rimanda all’immaginazione, al simbolico, alla rivelazione, al disvelamento dell’invisibile e ad una sorta di rovesciamento della realtà, ad un gioco di luci e di ombre. Entrambi rinviano ad elementi, che definiscono lo spazio delle donne in apparenza composto, ma possono trarre in inganno e non sempre sono garanzia affidabile di equilibrio e di saggezza. Come efficacemente scrive la Faranda a proposito della danza virtuale di una donna al suo telaio: &#8220;Una danza che sottomette lo specchio del tempo a tempi canonici femminili, ma che al tempo stesso , come vedremo, racconta un tempo “astorico” in cui la donna denuncia i propri nemici, in un linguaggio traducibile solo attingendo al lessico femminile maturato nelle leggendarie stanze del telaio. Stanze dove il tempo sembra arrestarsi e dove spesso il silenzio si articola &#8211; fra le trame e le scene allegoriche di un tessuto &#8211; in linguaggio del dolore&#8221; <sup id="footnote_plugin_tooltip_3176_2" class="footnote_plugin_tooltip_text" onclick="footnote_moveToAnchor('footnote_plugin_reference_3176_2');">[2]</sup><span class="footnote_tooltip" id="footnote_plugin_tooltip_text_3176_2">L. Faranda, op. cit., p.24</span><script type="text/javascript">	jQuery("#footnote_plugin_tooltip_3176_2").tooltip({		tip: "#footnote_plugin_tooltip_text_3176_2",		tipClass: "footnote_tooltip",		effect: "fade",		fadeOutSpeed: 100,		predelay: 400,		position: "top right",		relative: true,		offset: [10, 10]	});</script></p>
<p>L’arte della tessitura, che ritrova la sua patrona in Atena, dea dell’intelligenza unita all’astuzia, della capacità di saper approfittare delle occasioni e di ogni mezzo, rimanda all’abilità di intrecciare fili, trame ed orditi pronti a tradursi in progetti proposti, poi, sotto forma di narrazione dall’intelletto e, allora, le tele mostrano riflessi cangianti come lo specchio, rivelano, ingannano, nascondono il vero in immagine apparente.</p>
<p>Nei poemi omerici l’immagine e la metafora della tela si legano emblematicamente a determinate figure femminili, a partire proprio da Atena stessa, che, ad esempio, nei libri quinto e quattordicesimo dell’Iliade è la tessitrice da cui proviene l’arte del tessere come espressione di affermazione, ingegno, arte, abilità. Poi segue una carrellata di donne, in apparenza legate all’atto della tessitura quale conferma della loro condizione subalterna a quella maschile e non pubblica ma privata. In realtà le tele da loro tessute rivelano “storie taciute o nascoste”, che “tradiscono” la loro alterità. Come non pensare, a questo proposito, alla donna fatale per eccellenza? Elena, infatti, compare nel libro terzo dell’Iliade, quando è raggiunta da Iride, la messaggera olimpica, che la invita ad assistere al duello di Paride e Menelao e le instilla desiderio dello sposo e della propria terra, mentre l’altra è intenta a tessere una tela doppia e di porpora sulla quale ricama le imprese di Troiani ed Achei. La metafora di Elena al telaio rappresenta l’archetipo della poesia omerica: tessere e poetare sono speculari, le due arti ricorrono agli stessi procedimenti, differiscono solo per il rapporto immagine-parola, poiché la prima, filata sul tessuto, fornisce materia all’altra. Nell’Odissea la tessitura si lega all’idea di trama e di insidia: Calipso e Circe tessono e la loro tela non è solo metafora del racconto, ma anche dell’inganno perpetrato, per raggiungere uno scopo ben preciso. Esse tessono cantando: la malia del canto, con cui intendono sedurre, si nasconde nell’atto, apparentemente innocuo, di stare al telaio. La voce rivela il loro vero intento e la loro natura: cantano e suscitano incanto come le Sirene, mentre Penelope tesse, ma piange, ci ricorda Eva Cantarella <sup id="footnote_plugin_tooltip_3176_3" class="footnote_plugin_tooltip_text" onclick="footnote_moveToAnchor('footnote_plugin_reference_3176_3');">[3]</sup><span class="footnote_tooltip" id="footnote_plugin_tooltip_text_3176_3">E. Cantarella, Itaca, Feltrinelli, Milano, 2002, pp.137-138</span><script type="text/javascript">	jQuery("#footnote_plugin_tooltip_3176_3").tooltip({		tip: "#footnote_plugin_tooltip_text_3176_3",		tipClass: "footnote_tooltip",		effect: "fade",		fadeOutSpeed: 100,		predelay: 400,		position: "top right",		relative: true,		offset: [10, 10]	});</script>. Ecco, dunque, la tessitrice per antonomasia: Penelope, figlia dello spartano Icario e della Naiade Peribea, colei che il padre aveva temuto a causa dell’erronea interpretazione di un oracolo, secondo cui ella avrebbe tessuto il suo sudario, e così aveva ordinato che fosse gettata in mare, dimenticando le origini marine della piccola, partorita da una ninfa del mare e destinata a vivere l’acqua come elemento naturale. Suggestive le parole con cui, secondo Margaret Atwood, la madre si era rivolta a Penelope: &#8220;L’acqua non oppone resistenza. L’acqua scorre. Quando immergi una mano nell’acqua senti solo una carezza. L’acqua non è un muro, non può fermarti. Va dove vuole andare e niente le si può opporre. L’acqua è paziente. L’acqua che gocciola consuma una pietra. Ricordatelo, bambina mia. Ricordati che per una metà tu sei acqua. Se non puoi superare un ostacolo, giragli intorno. Come fa l’acqua&#8221; <sup id="footnote_plugin_tooltip_3176_4" class="footnote_plugin_tooltip_text" onclick="footnote_moveToAnchor('footnote_plugin_reference_3176_4');">[4]</sup><span class="footnote_tooltip" id="footnote_plugin_tooltip_text_3176_4">M. Atwood, Il canto di Penelope, Rizzoli, Milano, 2005, p. 44</span><script type="text/javascript">	jQuery("#footnote_plugin_tooltip_3176_4").tooltip({		tip: "#footnote_plugin_tooltip_text_3176_4",		tipClass: "footnote_tooltip",		effect: "fade",		fadeOutSpeed: 100,		predelay: 400,		position: "top right",		relative: true,		offset: [10, 10]	});</script></p>
<p>La futura sposa di Ulisse è, dunque, destinata ad essere paziente, tenace, capace di insinuarsi e di superare gli ostacoli come l’acqua; ella diventerà la donna che osserva, medita, tesse nel senso letterale e in quello traslato, per, poi, esprimere il suo muto dolore con sottile atto esplosivo e non implosivo, come l’apparenza indurrebbe a pensare. Infatti cade il pregiudizio, che mostra una regina dimessa e silente, e si palesa una natura bifronte: Penelope è parimenti disinvolta e timida, dominante e sottomessa, pronta all’accettazione e al rifiuto, al ritiro e all’esternazione; appare prigioniera del proprio ruolo, ma, nello stesso tempo, evidenzia un’inesauribile coazione all’ordito, come scrive Amalia Vanacore, l’ordito del &#8220;drappo che la regina tesse e disfa per il suocero Laerte. Si nota chiaramente, in questo atteggiamento, il meccanismo di difesa detto di coazione a ripetere, che spinge l’individuo a mettere in atto determinati comportamenti di cui egli stesso riconosce l’inutilità. Penelope, tuttavia, lucida e determinata nel suo comportamento, ne intravede l’utilità, giungendo a realizzare un gioco di seduzione tra i Proci attraverso il desiderio e l’attesa.&#8221; <sup id="footnote_plugin_tooltip_3176_5" class="footnote_plugin_tooltip_text" onclick="footnote_moveToAnchor('footnote_plugin_reference_3176_5');">[5]</sup><span class="footnote_tooltip" id="footnote_plugin_tooltip_text_3176_5">A. Vanacore, Antologia omerica modulare, Loffredo Editore, Napoli, 2004, p. 90</span><script type="text/javascript">	jQuery("#footnote_plugin_tooltip_3176_5").tooltip({		tip: "#footnote_plugin_tooltip_text_3176_5",		tipClass: "footnote_tooltip",		effect: "fade",		fadeOutSpeed: 100,		predelay: 400,		position: "top right",		relative: true,		offset: [10, 10]	});</script> Ella è definita bella e saggia, ma può essere definita come Ulisse multiforme, versatile, accorta, capace di molti espedienti, poiché è figlia della ragione, imperterrita calcolatrice, che medita altro, ci ricorda Pietro Citati, secondo il quale &#8220;lo spirito di Penelope è sempre doppio: mentre parla, una forza segreta, che agisce dentro di lei, ragiona, trama, macchina, calcola, inganna, esattamente come fa Ulisse. (&#8230;) Il marito e la moglie sono simili e dissimili: si contraddicono e si completano.&#8221; <sup id="footnote_plugin_tooltip_3176_6" class="footnote_plugin_tooltip_text" onclick="footnote_moveToAnchor('footnote_plugin_reference_3176_6');">[6]</sup><span class="footnote_tooltip" id="footnote_plugin_tooltip_text_3176_6">P. Citati, La mente colorata, Oscar Mondadori, 2004, pp.239-240</span><script type="text/javascript">	jQuery("#footnote_plugin_tooltip_3176_6").tooltip({		tip: "#footnote_plugin_tooltip_text_3176_6",		tipClass: "footnote_tooltip",		effect: "fade",		fadeOutSpeed: 100,		predelay: 400,		position: "top right",		relative: true,		offset: [10, 10]	});</script> Il suo tessere si differenzia da quello di Calipso, Circe ed Elena, poiché, pur rimandando, come il loro, alla metafora di un intreccio di fili che narra ed irretisce, rispecchia la sua paziente attesa e la sua tacita abilità ingegnosa di progettare, con le quali intende rendere l’inutile atto di fare e disfare l’utile volontà di fermare il tempo. &#8220;Penelope tesse (e, finché può, ritesse) un immenso lenzuolo assolutamente privo di ricami, di immagini, di storie: un sudario, tutto bianco, luminoso come sole o luna&#8221; (Od., XXIV, 148). Ora, la scelta dell’oggetto è senz’altro intonata sia all’età avanzata del padre di Odisseo e al suo stato di sofferenza per la scomparsa del figlio (&#8230;) sia alla situazione, di fatto vedovile, luttuosa, di Penelope stessa: ma anche e soprattutto è intonata al vuoto totale di notizie attendibili intorno al suo sposo: quello che Penelope non può, ma che tanto vorrebbe ritrarre sulla tela, è l’Odissea stessa, la storia di Odisseo, del suo infinito peregrinare alla ricerca di Itaca (&#8230;) Il bianco del telo è il vuoto temporale dell’assenza del marito: è come se il tempo si fosse fermato nell’attesa del suo ritorno.&#8221; <sup id="footnote_plugin_tooltip_3176_7" class="footnote_plugin_tooltip_text" onclick="footnote_moveToAnchor('footnote_plugin_reference_3176_7');">[7]</sup><span class="footnote_tooltip" id="footnote_plugin_tooltip_text_3176_7">Chiarini, in F. Malvezzi, Epiké, Società Dante Alighieri Editrice, Roma, 2010, p. 174-175</span><script type="text/javascript">	jQuery("#footnote_plugin_tooltip_3176_7").tooltip({		tip: "#footnote_plugin_tooltip_text_3176_7",		tipClass: "footnote_tooltip",		effect: "fade",		fadeOutSpeed: 100,		predelay: 400,		position: "top right",		relative: true,		offset: [10, 10]	});</script> L’incessante<br />
tessere della sposa di Ulisse ci appare come espressione del suo stato: l’attesa di colei che medita e ordisce. La ripetitività del gesto identico della tessitura è cadenza di un tempo immobile, solitario, è l’immagine dell’identico senza fine, come suggerisce la Faranda. <sup id="footnote_plugin_tooltip_3176_8" class="footnote_plugin_tooltip_text" onclick="footnote_moveToAnchor('footnote_plugin_reference_3176_8');">[8]</sup><span class="footnote_tooltip" id="footnote_plugin_tooltip_text_3176_8">L. Faranda, op. cit., p. 31-32</span><script type="text/javascript">	jQuery("#footnote_plugin_tooltip_3176_8").tooltip({		tip: "#footnote_plugin_tooltip_text_3176_8",		tipClass: "footnote_tooltip",		effect: "fade",		fadeOutSpeed: 100,		predelay: 400,		position: "top right",		relative: true,		offset: [10, 10]	});</script> L’astuta scelta del tessere e del disfare la tela è tempo del dolore, che si consuma, in attesa del divenire. In apparenza Penelope nega il presente, nel silenzio e nella solitudine delle sue stanze, per tessere, in realtà, i fili intrecciati dal suo ingegno, che pianifica il ritorno alla sua dimensione di sposa e di regina. La tela è &#8220;l’unica via che conosce per coniugare passato e presente, per accordare la memoria alla progettualità, l’irruzione degli eventi ai suoi ritmi temporali, alla sua storia personale.&#8221; <sup id="footnote_plugin_tooltip_3176_9" class="footnote_plugin_tooltip_text" onclick="footnote_moveToAnchor('footnote_plugin_reference_3176_9');">[9]</sup><span class="footnote_tooltip" id="footnote_plugin_tooltip_text_3176_9">L. Faranda, op. cit., p. 34</span><script type="text/javascript">	jQuery("#footnote_plugin_tooltip_3176_9").tooltip({		tip: "#footnote_plugin_tooltip_text_3176_9",		tipClass: "footnote_tooltip",		effect: "fade",		fadeOutSpeed: 100,		predelay: 400,		position: "top right",		relative: true,		offset: [10, 10]	});</script> Fin qui si delinea il profilo assodato di una donna bella, saggia, rispettosa di norme e costumi pubblici e privati, assennata, instancabile nelle opere e nei lavori che si addicono al mondo femminile, ma a queste qualità si aggiunge solo per lei, fra tutte, l’astuzia, come ci fa notare Eva Cantarella: &#8220;la celebre <em>metis</em>, che caratterizza suo marito: l’intelligenza astuta, una forma di intelligenza, sia ben chiaro, inferiore al celebre <em>logos</em>, non a caso esclusivamente maschile. (&#8230;) Un’intelligenza “bassa”, frutto dell’esperienza e della riflessione, utilizzata per raggiungere obiettivi concreti, spesso materiali&#8221;.<sup id="footnote_plugin_tooltip_3176_10" class="footnote_plugin_tooltip_text" onclick="footnote_moveToAnchor('footnote_plugin_reference_3176_10');">[10]</sup><span class="footnote_tooltip" id="footnote_plugin_tooltip_text_3176_10">E. Cantarella, op. cit., p. 62</span><script type="text/javascript">	jQuery("#footnote_plugin_tooltip_3176_10").tooltip({		tip: "#footnote_plugin_tooltip_text_3176_10",		tipClass: "footnote_tooltip",		effect: "fade",		fadeOutSpeed: 100,		predelay: 400,		position: "top right",		relative: true,		offset: [10, 10]	});</script> Per tale tratto, dunque, ella apparirebbe unica, “insolita”, “ambigua”, una sorta di eroina tra lacrime e macchinazioni e, di conseguenza, non stupisce che studiosi della civiltà classica ne siano rimasti suggestionati a tal punto da analizzare le figure di Ulisse e di Penelope da un altro punto di vista, giungendo a conclusioni che esaltano la complessità, la lungimiranza, il fine acume della consorte dell’eroe di Itaca, addirittura superiore, per certi aspetti, a quello dello sposo. Ne deriva un’immagine, che la propone fiera del suo intelletto, della sua <em>metis</em>, della sua capacità di tessere tele reali e metaforiche, di filare nel silenzio e nell’attesa trame ed orditi che riconducono alla vita intesa come rapporto dell’io con l’altro. Come suggerisce sempre la Cantarella, l’Odissea rivela qua e là indizi di tratti inconsueti della regina itacese, la cui astuzia sembra stridente con la realtà delle donne oneste, secondo la mentalità del tempo. Inoltre &#8220;la pudicizia e soprattutto la fedeltà di Penelope sono tutt’altro che al di<br />
fuori di ogni sospetto. Più di una volta, Penelope appare diversa dalla sua plurisecolare, consolidata, inossidabile immagine di moglie incorruttibilmente fedele. Nelle sue stanze, di giorno e di notte, questo è vero, Penelope piange. Piange per la lontananza del marito, piange per l’incertezza della sua sorte, si dispera all’idea di nuove nozze. Ma ai pianti alterna momenti di ripensamento, durante i quali sembra prendere in considerazione l’ipotesi di prendere nuovamente marito.&#8221; <sup id="footnote_plugin_tooltip_3176_11" class="footnote_plugin_tooltip_text" onclick="footnote_moveToAnchor('footnote_plugin_reference_3176_11');">[11]</sup><span class="footnote_tooltip" id="footnote_plugin_tooltip_text_3176_11">E. Cantarella, op. cit., p. 65-66</span><script type="text/javascript">	jQuery("#footnote_plugin_tooltip_3176_11").tooltip({		tip: "#footnote_plugin_tooltip_text_3176_11",		tipClass: "footnote_tooltip",		effect: "fade",		fadeOutSpeed: 100,		predelay: 400,		position: "top right",		relative: true,		offset: [10, 10]	});</script> I pretendenti, infatti, dichiarano di essere illusi da lei, di ricevere di nascosto promesse e messaggi, che inducono a sperare e, implicitamente, rivelano una sottile forma di seduzione. Essi sono rimproverati di non essere corteggiatori di tempi precedenti, che erano soliti<br />
portare doni e così si affrettano a donarle pepli, fibbie, collane, pendenti di perle, che Penelope accetta e mette al sicuro. A tal proposito, però, si potrebbe anche pensare alla trama di un’altra tela: rimpinguare i beni sperperati dai Proci, sedotti e confusi con grazia; intanto, come suggerisce l’interpretazione di Pietro Citati <sup id="footnote_plugin_tooltip_3176_12" class="footnote_plugin_tooltip_text" onclick="footnote_moveToAnchor('footnote_plugin_reference_3176_12');">[12]</sup><span class="footnote_tooltip" id="footnote_plugin_tooltip_text_3176_12">P. Citati, op. cit., p. 243</span><script type="text/javascript">	jQuery("#footnote_plugin_tooltip_3176_12").tooltip({		tip: "#footnote_plugin_tooltip_text_3176_12",		tipClass: "footnote_tooltip",		effect: "fade",		fadeOutSpeed: 100,		predelay: 400,		position: "top right",		relative: true,		offset: [10, 10]	});</script>, ella, ispirata da Atena, tesse i fili che la riannodano ad Ulisse.</p>
<p>Dunque Penelope è assolta o, ancora, ombre opacizzano la sua figura? Se Citati assolve la regina, la Cantarella instilla altri dubbi sul suo profilo “ambiguo”, ricordandoci che, fin dall’antichità, si avanzarono dubbi sulla fedeltà della sposa di Ulisse e, di conseguenza, sulla paternità di Telemaco, come si allude in alcuni libri dell’Odissea (I, 215-216; III, 122-123; XVI, 300). L’autrice, inoltre, segnala altre fonti: &#8220;Nella <em>Epitome</em> della <em>Biblioteca </em>di Apollodoro (7, 38), per cominciare, leggiamo che secondo alcuni Ulisse, tornato a Itaca, rimandò Penelope dal padre Icario, perché si era fatta sedurre da Antinoo (secondo altri, invece, Ulisse l’avrebbe uccisa perché si era fatta sedurre da Anfinomo). Seguendo la tradizione di Mantinea, riportata da Pausania (8,12, 5 sgg.), Penelope, dopo il ritorno di Ulisse, sarebbe stata bandita da Itaca per infedeltà , e dopo un lungo esilio, dapprima a Sparta e quindi a Mantinea, sarebbe morta in quella città, ove si troverebbe la sua tomba. Cicerone (<em>La natura degli dei</em>, 3, 22, 56) ricorda la tradizione secondo cui, unitasi a Ermes, Penelope avrebbe generato Pan, e gli scolii di Tzetze all’<em>Alessandra</em> di Licofrone (v.772) arrivano significativamente a considerare Pan come generato da tutti i pretendenti.&#8221; <sup id="footnote_plugin_tooltip_3176_13" class="footnote_plugin_tooltip_text" onclick="footnote_moveToAnchor('footnote_plugin_reference_3176_13');">[13]</sup><span class="footnote_tooltip" id="footnote_plugin_tooltip_text_3176_13">E. Cantarella, op. cit., p. 70</span><script type="text/javascript">	jQuery("#footnote_plugin_tooltip_3176_13").tooltip({		tip: "#footnote_plugin_tooltip_text_3176_13",		tipClass: "footnote_tooltip",		effect: "fade",		fadeOutSpeed: 100,		predelay: 400,		position: "top right",		relative: true,		offset: [10, 10]	});</script> Come, dunque, collegare tutto ciò al profilo tradizionale della sposa di Ulisse? A soccorrerci giunge sempre il commento illuminante della Cantarella: si deve ricordare che l’opinione sulle donne, nel mondo classico, non era favorevole e induceva a diffidare di loro. Penelope, unica per intelligenza legata all’astuzia, rimandava al cliché femminile dell’uomo omerico, secondo cui anche la migliore delle donne era infedele, volubile, interessata. <sup id="footnote_plugin_tooltip_3176_14" class="footnote_plugin_tooltip_text" onclick="footnote_moveToAnchor('footnote_plugin_reference_3176_14');">[14]</sup><span class="footnote_tooltip" id="footnote_plugin_tooltip_text_3176_14">E. Cantarella, op. cit., p. 71-72</span><script type="text/javascript">	jQuery("#footnote_plugin_tooltip_3176_14").tooltip({		tip: "#footnote_plugin_tooltip_text_3176_14",		tipClass: "footnote_tooltip",		effect: "fade",		fadeOutSpeed: 100,		predelay: 400,		position: "top right",		relative: true,		offset: [10, 10]	});</script></p>
<p>Le ambiguità e le contraddizioni di questo personaggio risalgono, forse, &#8220;alla contraddizione tra la funzione didattica della poesia epica e la mentalità di chi l’ascoltava (e dell’aedo stesso). Data la sua funzione di formazione culturale, la poesia doveva rappresentare una donna che simbolizzasse tutte le virtù femminili. A Penelope toccò in sorte di essere quella donna. Ma il mondo in cui la poesia svolgeva questa funzione diffidava profondamente delle donne. Penelope, nei suoi diversi aspetti, nelle sue diverse manifestazioni e contraddizioni sembra riflettere tale contraddizione. Da un canto (prevalentemente) Penelope era il modello; dall’altro (di quando in quando: ma con una certa frequenza) era una donna, con tutti i caratteri e i difetti che gli uomini omerici pensavano che le donne avessero.&#8221; <sup id="footnote_plugin_tooltip_3176_15" class="footnote_plugin_tooltip_text" onclick="footnote_moveToAnchor('footnote_plugin_reference_3176_15');">[15]</sup><span class="footnote_tooltip" id="footnote_plugin_tooltip_text_3176_15">E. Cantarella, op. cit., p. 72</span><script type="text/javascript">	jQuery("#footnote_plugin_tooltip_3176_15").tooltip({		tip: "#footnote_plugin_tooltip_text_3176_15",		tipClass: "footnote_tooltip",		effect: "fade",		fadeOutSpeed: 100,		predelay: 400,		position: "top right",		relative: true,		offset: [10, 10]	});</script> Comunque stiano le cose, in conclusione, preferisco sintetizzare la figura di questo suggestivo personaggio con la definizione, condivisa in pieno da me, del già menzionato Citati: Penelope è quella dei segni segreti nascosti agli estranei, &#8220;come interprete e custode dei segni (noi diremmo dei simboli), Penelope è molto più sottile del marito. Forse il dono di cogliere i segni, nei quali si concentra l’affettuosa intimità di un rapporto, è un’arte soprattutto femminile. Essi sono il vero tesoro di Penelope: più importanti di tutti quelli che custodisce nella dispensa. Tra poco, senza dire una parola, Penelope insegnerà quest’arte ad Ulisse.&#8221; <sup id="footnote_plugin_tooltip_3176_16" class="footnote_plugin_tooltip_text" onclick="footnote_moveToAnchor('footnote_plugin_reference_3176_16');">[16]</sup><span class="footnote_tooltip" id="footnote_plugin_tooltip_text_3176_16">P. Citati, op. cit., pp.269-270</span><script type="text/javascript">	jQuery("#footnote_plugin_tooltip_3176_16").tooltip({		tip: "#footnote_plugin_tooltip_text_3176_16",		tipClass: "footnote_tooltip",		effect: "fade",		fadeOutSpeed: 100,		predelay: 400,		position: "top right",		relative: true,		offset: [10, 10]	});</script></p>
<p>Ella è la donna di cui C. Marchesi ha scritto: &#8220;Un lieve sorriso lampeggia sulle sue labbra (&#8230;) Penelope scende giù; e si ferma sulla porta, con più mistero nel volto chiuso dal velo fin sulle gote&#8230;&#8221; <sup id="footnote_plugin_tooltip_3176_17" class="footnote_plugin_tooltip_text" onclick="footnote_moveToAnchor('footnote_plugin_reference_3176_17');">[17]</sup><span class="footnote_tooltip" id="footnote_plugin_tooltip_text_3176_17">C. Marchesi, Voci di antichi, Leonardo, Roma, 1946, p. 218</span><script type="text/javascript">	jQuery("#footnote_plugin_tooltip_3176_17").tooltip({		tip: "#footnote_plugin_tooltip_text_3176_17",		tipClass: "footnote_tooltip",		effect: "fade",		fadeOutSpeed: 100,		predelay: 400,		position: "top right",		relative: true,		offset: [10, 10]	});</script>. La regina di Itaca è figura emblematica, che continua a suggestionare e ad ispirare per il suo fascino “silente e apparentemente dimesso”, avvolto in una dimensione complessa e multiforme. Si pensi, ad esempio, ai versi di poeti greci del Novecento: &#8220;Il tuo cuore eletto / &#8211; eletto perché io l’ho scelto &#8211; / sarà sempre altrove / e io taglierò con le parole / i fili che mi legano / a quest’uomo particolare / del quale ho nostalgia&#8230;&#8221; (da <em>Dice Penelope</em>, di Katerina Anghelaki-Rooke); &#8220;Lei si voltò e, assennata come sempre, / gli rispose: “Questo mio cuore, che tu / definisci duro e inflessibile, non lo trovo più, / perché mi è impazzito nel petto, / e non ha più parole, e china il capo.&#8221; (da <em>Penelope riconosce Odisseo</em>, di Kiriakos Charalambidis).</p>
<p>Senza andare troppo lontano, possiamo avvalerci anche del contributo di autori contemporanei e locali: &#8220;Simbolo di fedeltà e pazienza infinita / accompagni ogni donna al tuo destino. / Così voleva Omero e tutti gli uomini del mondo.&#8221; (da <em>Penelope</em>, di Rosellina Prete); &#8220;Sfilo la tela / più per fragilità / che per costanza / e la paura del suo mancato arrivo / precipita me / nel baratro di un cuore / che dimenticherà le vibrazioni / della parola pace.&#8221; (da <em>Odissea 2012</em>, ne <em>Il bilico</em>, di Francesco Lappano); &#8220;Aspetto che sia l’ora / della dimenticanza, / per vederti arrivare / dall’onda meretrice / e negarmi al primo / sguardo traditore / che tesse ancora / malie e&#8230;domande / e turbinose fole.&#8221; (da <em>La mia Penelope 2013</em>, di Francesca Aurelio); &#8220;Vago come zattera / alla deriva&#8230; / Attendere è il mio destino / ma scruto nei meandri / del mio essere / e ritrovo la chiave / che mi riconduce a me stessa / per vivere&#8230;&#8221; (<em>Penelope</em>, di Divina Lappano); &#8220;Vivo dove cambia / ogni colore dell’arcobaleno / con un silenzio nel cuore / per una voce troppo lontana / Ho seguito i fili dell’attesa&#8230; / Il rumore del telaio / scandiva ogni domanda / e la speranza era il fiato / che diceva domani / Ah, il veleno dei ricordi! / Il gomitolo che inghiotte / ogni altro desiderio / Il disegno incompiuto / è il nostro destino / La mano che fa e che disfa / ignora l’inganno / Una sola è la strada del cuore / Possa la vita insinuarsi / e squarciare col suo lampo / l’orologio fermo del mio tempo! / Io / schiava della mia catena / attendo te / con la tua faretra colma / delle frecce che mi hai rubato / Credere / è la sfida più grande / e quest’audacia ha un solo nome / il mio: / Penelope&#8221; (<em>I fili dell’attesa</em>, di Elisa Biasi); &#8220;Attendere è apnea / insopportabile&#8230; / Anelo riemergere / dall’abisso di fondali / che struggono la mia anima&#8230; / Sono io la più forte / e non lo sapevo&#8230; / Il tuo ingegno / impallidisce dinanzi al mio / che prevede le tue mosse&#8230; / È solo il mio cuore infinito / ad amarti&#8230; / A lui solo / devi la mia attesa / incessante, / mentre desidero riaffiorare / a pelo d’acqua, / per respirare l’aria salmastra / del mare&#8230; l’unico / che mi abbia amato / veramente&#8230;&#8221; (<em>Il respiro di Penelope, </em>di autore che ha richiesto l’anonimato).</p>
<p>Il suggestivo mosaico, realizzato con le tessere disseminate lungo l’ideale viaggio alla riscoperta di Penelope, contribuisce a rivelare il luminoso intreccio di candidi fili, che compongono la sua tela, specchio di sé e di quanto afferisce al suo mondo pubblico e privato. Essa è il simbolo in cui si racchiude l’essenza del personaggio stesso, che, secondo le parole a lei attribuite da Margaret Atwood, precisa: &#8220;Non amo che si usi la parola tela. Se il sudario fosse stato una tela, io sarei stata un ragno, ma il mio scopo non era catturare gli uomini come fossero mosche, al contrario, non volevo farmi catturare.&#8221; <sup id="footnote_plugin_tooltip_3176_18" class="footnote_plugin_tooltip_text" onclick="footnote_moveToAnchor('footnote_plugin_reference_3176_18');">[18]</sup><span class="footnote_tooltip" id="footnote_plugin_tooltip_text_3176_18">M. Atwood, op.cit., p. 94</span><script type="text/javascript">	jQuery("#footnote_plugin_tooltip_3176_18").tooltip({		tip: "#footnote_plugin_tooltip_text_3176_18",		tipClass: "footnote_tooltip",		effect: "fade",		fadeOutSpeed: 100,		predelay: 400,		position: "top right",		relative: true,		offset: [10, 10]	});</script></p>
<br /><a href="." onClick="WpCsCleanSave('post-13');return false" title="Save page" class="cleanprint-exclude"><img src="https://www.humanitasnova.net/wp-content/plugins/cleansave/images/CleanSaveBtn_white.png" alt="Save page" style="padding:0px 1px;"/></a><a href="." onClick="WpCsCleanPrintGeneratePdf('post-13');return false" title="PDF page" class="cleanprint-exclude"><img src="https://www.humanitasnova.net/wp-content/plugins/cleansave/images/PdfBtn_white.png" alt="PDF page" style="padding:0px 1px;"/></a><a href="." onClick="WpCsCleanPrintSendEmail('post-13');return false" title="Email page" class="cleanprint-exclude"><img src="https://www.humanitasnova.net/wp-content/plugins/cleansave/images/EmailBtn_white.png" alt="Email page" style="padding:0px 1px;"/></a><a href="." onClick="WpCsCleanPrintPrintHtml('post-13');return false" title="Print page" class="cleanprint-exclude"><img src="https://www.humanitasnova.net/wp-content/plugins/cleansave/images/CleanPrintBtn_white.png" alt="Print page" style="padding:0px 1px;"/></a><div class="footnote_container_prepare">	<p><span onclick="footnote_expand_reference_container();">Riferimenti:</span><span style="display: none;">&nbsp;&nbsp;&nbsp;[ <a id="footnote_reference_container_collapse_button" style="cursor:pointer;" onclick="footnote_expand_collapse_reference_container();">+</a> ]</span></p></div><div id="footnote_references_container" style="">	<table class="footnote-reference-container">		<tbody>		<tr>	<td class="footnote_plugin_index"><span id="footnote_plugin_reference_3176_1">1.</span></td>	<td class="footnote_plugin_link"><span onclick="footnote_moveToAnchor('footnote_plugin_tooltip_3176_1');">&#8593;</span></td>	<td class="footnote_plugin_text">L. Faranda, Dimore del corpo, Meltemi Editore, Roma, 1997</td></tr><tr>	<td class="footnote_plugin_index"><span id="footnote_plugin_reference_3176_2">2.</span></td>	<td class="footnote_plugin_link"><span onclick="footnote_moveToAnchor('footnote_plugin_tooltip_3176_2');">&#8593;</span></td>	<td class="footnote_plugin_text">L. Faranda, op. cit., p.24</td></tr><tr>	<td class="footnote_plugin_index"><span id="footnote_plugin_reference_3176_3">3.</span></td>	<td class="footnote_plugin_link"><span onclick="footnote_moveToAnchor('footnote_plugin_tooltip_3176_3');">&#8593;</span></td>	<td class="footnote_plugin_text">E. Cantarella, Itaca, Feltrinelli, Milano, 2002, pp.137-138</td></tr><tr>	<td class="footnote_plugin_index"><span id="footnote_plugin_reference_3176_4">4.</span></td>	<td class="footnote_plugin_link"><span onclick="footnote_moveToAnchor('footnote_plugin_tooltip_3176_4');">&#8593;</span></td>	<td class="footnote_plugin_text">M. Atwood, Il canto di Penelope, Rizzoli, Milano, 2005, p. 44</td></tr><tr>	<td class="footnote_plugin_index"><span id="footnote_plugin_reference_3176_5">5.</span></td>	<td class="footnote_plugin_link"><span onclick="footnote_moveToAnchor('footnote_plugin_tooltip_3176_5');">&#8593;</span></td>	<td class="footnote_plugin_text">A. Vanacore, Antologia omerica modulare, Loffredo Editore, Napoli, 2004, p. 90</td></tr><tr>	<td class="footnote_plugin_index"><span id="footnote_plugin_reference_3176_6">6.</span></td>	<td class="footnote_plugin_link"><span onclick="footnote_moveToAnchor('footnote_plugin_tooltip_3176_6');">&#8593;</span></td>	<td class="footnote_plugin_text">P. Citati, La mente colorata, Oscar Mondadori, 2004, pp.239-240</td></tr><tr>	<td class="footnote_plugin_index"><span id="footnote_plugin_reference_3176_7">7.</span></td>	<td class="footnote_plugin_link"><span onclick="footnote_moveToAnchor('footnote_plugin_tooltip_3176_7');">&#8593;</span></td>	<td class="footnote_plugin_text">Chiarini, in F. Malvezzi, Epiké, Società Dante Alighieri Editrice, Roma, 2010, p. 174-175</td></tr><tr>	<td class="footnote_plugin_index"><span id="footnote_plugin_reference_3176_8">8.</span></td>	<td class="footnote_plugin_link"><span onclick="footnote_moveToAnchor('footnote_plugin_tooltip_3176_8');">&#8593;</span></td>	<td class="footnote_plugin_text">L. Faranda, op. cit., p. 31-32</td></tr><tr>	<td class="footnote_plugin_index"><span id="footnote_plugin_reference_3176_9">9.</span></td>	<td class="footnote_plugin_link"><span onclick="footnote_moveToAnchor('footnote_plugin_tooltip_3176_9');">&#8593;</span></td>	<td class="footnote_plugin_text">L. Faranda, op. cit., p. 34</td></tr><tr>	<td class="footnote_plugin_index"><span id="footnote_plugin_reference_3176_10">10.</span></td>	<td class="footnote_plugin_link"><span onclick="footnote_moveToAnchor('footnote_plugin_tooltip_3176_10');">&#8593;</span></td>	<td class="footnote_plugin_text">E. Cantarella, op. cit., p. 62</td></tr><tr>	<td class="footnote_plugin_index"><span id="footnote_plugin_reference_3176_11">11.</span></td>	<td class="footnote_plugin_link"><span onclick="footnote_moveToAnchor('footnote_plugin_tooltip_3176_11');">&#8593;</span></td>	<td class="footnote_plugin_text">E. Cantarella, op. cit., p. 65-66</td></tr><tr>	<td class="footnote_plugin_index"><span id="footnote_plugin_reference_3176_12">12.</span></td>	<td class="footnote_plugin_link"><span onclick="footnote_moveToAnchor('footnote_plugin_tooltip_3176_12');">&#8593;</span></td>	<td class="footnote_plugin_text">P. Citati, op. cit., p. 243</td></tr><tr>	<td class="footnote_plugin_index"><span id="footnote_plugin_reference_3176_13">13.</span></td>	<td class="footnote_plugin_link"><span onclick="footnote_moveToAnchor('footnote_plugin_tooltip_3176_13');">&#8593;</span></td>	<td class="footnote_plugin_text">E. Cantarella, op. cit., p. 70</td></tr><tr>	<td class="footnote_plugin_index"><span id="footnote_plugin_reference_3176_14">14.</span></td>	<td class="footnote_plugin_link"><span onclick="footnote_moveToAnchor('footnote_plugin_tooltip_3176_14');">&#8593;</span></td>	<td class="footnote_plugin_text">E. Cantarella, op. cit., p. 71-72</td></tr><tr>	<td class="footnote_plugin_index"><span id="footnote_plugin_reference_3176_15">15.</span></td>	<td class="footnote_plugin_link"><span onclick="footnote_moveToAnchor('footnote_plugin_tooltip_3176_15');">&#8593;</span></td>	<td class="footnote_plugin_text">E. Cantarella, op. cit., p. 72</td></tr><tr>	<td class="footnote_plugin_index"><span id="footnote_plugin_reference_3176_16">16.</span></td>	<td class="footnote_plugin_link"><span onclick="footnote_moveToAnchor('footnote_plugin_tooltip_3176_16');">&#8593;</span></td>	<td class="footnote_plugin_text">P. Citati, op. cit., pp.269-270</td></tr><tr>	<td class="footnote_plugin_index"><span id="footnote_plugin_reference_3176_17">17.</span></td>	<td class="footnote_plugin_link"><span onclick="footnote_moveToAnchor('footnote_plugin_tooltip_3176_17');">&#8593;</span></td>	<td class="footnote_plugin_text">C. Marchesi, Voci di antichi, Leonardo, Roma, 1946, p. 218</td></tr><tr>	<td class="footnote_plugin_index"><span id="footnote_plugin_reference_3176_18">18.</span></td>	<td class="footnote_plugin_link"><span onclick="footnote_moveToAnchor('footnote_plugin_tooltip_3176_18');">&#8593;</span></td>	<td class="footnote_plugin_text">M. Atwood, op.cit., p. 94</td></tr>		</tbody>	</table></div><script type="text/javascript">	function footnote_expand_reference_container() {		jQuery("#footnote_references_container").show();        jQuery("#footnote_reference_container_collapse_button").text("-");	}    function footnote_collapse_reference_container() {        jQuery("#footnote_references_container").hide();        jQuery("#footnote_reference_container_collapse_button").text("+");    }	function footnote_expand_collapse_reference_container() {		if (jQuery("#footnote_references_container").is(":hidden")) {            footnote_expand_reference_container();		} else {            footnote_collapse_reference_container();		}	}    function footnote_moveToAnchor(p_str_TargetID) {        footnote_expand_reference_container();        var l_obj_Target = jQuery("#" + p_str_TargetID);        if(l_obj_Target.length) {            jQuery('html, body').animate({                scrollTop: l_obj_Target.offset().top - window.innerHeight/2            }, 1000);        }    }</script>]]></content:encoded>
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